FOTOGRAFIA E BLACK LIVES MATTER. COSA NE RESTERÀ DOPO?

Premessa

“Questa è la prima volta che “scrivo” un articolo sull’argomento di Black Lives Matter.

Non è di certo per denigrare la comunità afro-americana e che vive nel nostro paese.

Il mio pensiero è rivolto alle foto e tutti quei video che da pochi giorni stanno girando nel web.”

George Floyd è morto a causa di 4 poliziotti che hanno usato la loro forza contro un solo individuo, soffocandolo per 8 minuti e 46 secondi, portandolo a una morte certa, successivamente verrà “dichiarato” morto per asfissia.

Una morte che ricorda alcuni casi, avvenuti anche nel nostro paese.

Mi fa rabbrividire il pensiero che pur di scappare dalla galera, questi 4 poliziotti hanno mentito sul loro delitto. La prova schiacciante e il video che ha girato una passante (una ragazza di colore di 17 anni) che poi è esploso nel web (Twitter), una testimonianza che in pochi “minuti” può mandare in galera.

In questo caso, la vita di una persona di colore è considerata meno importante rispetto a quella di un bianco privilegiato.

Tutti noi sappiamo che un video o una fotografia scattata o ripresa nel momento giusto possa portare alla derivaqualsiasi soggetto. In questo caso, dove un’intera comminuta di colore, è costretta a tirare fuori un cellulare ed iniziare a riprendere un’atto di ingiustizia nei loro confronti, per poi essere ignorati.

Un mezzo che è considerato divulgativo per riprendere momenti di gioia o testimoniare una vacanza con amici o famigliari, viene invece usato per dichiarare per rendere giustizia a coloro che sono morti, per essere semplicemente di un colore di pelle diversa.

Vi dovrebbe accendervi una lampadina e farvi chiedere “perché usano il web e i video per riprendere questa ingiustizia?”.

La risposta è semplice, NON HANNO UNA VOCE o meglio le LORO VOCI SONO INASCOLTATE da chiunque.

Basta pensare alle ingiustizie che li segnano da 400 anni, da quando sono stati schiavizzati per la raccolta del cotone fino ad oggi. Una comunità che lotta per i propri diritti e per farsi spazio nell’ ambito lavorativo, scolastico e sociale.

Vi ricorda qualcosa? Ve lo mostro.

Siamo nel 1960 e la prima bambina di colore nella storia accede ad una scuola di soli bianchi.

Una foto che tutt’ora viene ricordata per l’impatto che ha avuto, sarebbe il caso di aprire gli occhi e chiedervi le giuste motivazioni di quelle rivolte che stanno accadendo in questo momento.

Fotografie e video che documentano repressione, ingiustizie di un sistema giudiziario Americano che condannano chiunque sia nero, perché secondo loro è la preda più semplice da prendere.

Non passano neanche dal tribunale perché non hanno i soldi per pagarsi la cauzione (vi segnalo il documentario XIII emendamento di Ava DuVenrnay la trovate su Netflix e Youtube).

Intere generazioni di famiglie nere, rovinate a cause di legge che favoriscono la loro condanna.

L’unico modo per proteggersi è un cellulare che dimostra la loro innocenza, che da 400 anni considerano i neri come esseri inferiori relegandoli a condizioni di marginalizzazione sociale ed economica.

Una fotografia che richiama i diritti civili e l’ingiustizia e che probabilmente l’avrete vista sui libri di storia è quella del pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico dei 200 metri nel Messico nel 1968, dietro al loro pugno c’era la battaglia per i diritti civili e in particolare quelli degli afro-americani.

Facciamo un salto di 50 anni: siamo nelle prime elezioni Americane, il giocatore di football Colin Kaepernick che nel 26 agosto del 2016, si inginocchiò durante l’inno nazionale in un’amichevole, per protesta nei confronti dei poliziotti che uccidevano le persone nere. L’atleta dichiarò in un’intervista “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera in un paese che opprime i neri e le minoranze etniche” (articolo Repubblica).

L’azione dell’atleta gli costò la fine della carriera sportiva e nessuna NFL lo chiamò a giocare in un’altra squadra.

 

Azioni che sono costate la fine della carriera sportiva, che denunciavano un odio che non se n’è mai andato, un odio che è radicato nelle vene delle persone, ci sono fotografie, illustrazioni che dimostrano gli abusi dei bianchi nei confronti dei neri, film e documentari che trattano l’odio razziale e dei soprusi che vivono queste persone.

Filmati fatti da gente della comunità, che riprendono un omicidio, la violenza dei poliziotti sia verbale che fisica nei loro confronti.

Documenti visivi che sono rimasti nella storia, per raccontare i soprusi e non sono lì per “bellezza visiva”, ma per dimostrare le violenze commesse. Non dovremmo mai girarci dall’altra parte, perchénon ci tocca in prima persona, ma bisognerebbe affiancare il movimento per rendere giustizia a chi è morto ingiustamente e battersi per eguali diritti.

Questo 2020 non verrà ricordato solo per la pandemia, ma per l’esplosione di una rabbia di una comunità che è stanca di essere trattata come scarto della società, che ha sopportato abbastanza fin troppo tempo. Sono stanchi di piangere per un fratello o una sorella che è morta solo per il colore della pelle. Hanno alzato la voce, ed è arrivata fino in tutto il mondo ed è grazie al web che si è sparso sui tutti i social con campagne ed hashtag a favore della comunità nera con manifestazioni in tutte le piazze italiane ed europee.

Non dovremmo dimenticarci a fine di quest’anno ciò che è successo e che vedremo in futuro queste fotografie di lotte, come una testimonianza che l’odio razziale è cessato e che una comunità afro-americana non debba tirare fuori un cellulare per riprendere un’ingiustizia nei confronti di un loro simile e che le lacrime dei famigliari vengano ascoltate e che renda a loro un’adeguata giustizia per un loro familiare.

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